sabato 8 agosto 2009

Blackout nel centro storico: i ristoratori chiedono i danni

PIOMBINO. E’ una calda sera d’agosto. I locali di Corso Vittorio Emanuele pullulano di persone. Da piazza Bovio arrivano in sottofondo le note del concerto dei Pooh, mentre sui tavoli dei ristoranti vengono serviti piatti di pesce, pizze, bottiglie di vino fresco. Tutto sembra andare per il meglio, fino a che, alle 22 case e locali (40 in tutto), si trovano improvvisamente al buio. E la serata, in pochi minuti, si trasforma in un flop.
Le cucine si bloccano, i frigoriferi si spengono, addio forno elettrico, boiler, friggitrice e affettatrice. Intanto in sala qualche cliente comincia a innervosirsi, altri se ne vanno ancora prima di cominciare la cena. Qualcuno, con la scusa che il bancomat non funziona, se ne va senza pagare il conto, con la promessa che tornerà a saldare il giorno dopo.
«Una serata lavorativa in fumo - raccontano alla trattoria Le Birbe - Per non parlare dell’imbarazzo di fronte ai clienti. E, visto che anche la lavastoviglie era fuori uso, abbiamo finito la nottata a lavare i piatti a mano».
I danni, secondo i dieci ristoratori che giovedì sono stati vittima del blackout, sarebbero rilevanti. Per questo hanno deciso di chiedere un risarcimento all’Enel, tramite avvocato. «Abbiamo dovuto buttare via pesce, frutti e insalate di mare che, con i frigo spenti e il caldo della cucina, si sono deteriorati - aggiunge la proprietaria del Volturno - Per non parlare dei danni d’immagine».
L’Enel spiega che il black out è stato casusato dallo scatto di un interruttore di bassa tensione alla cabina di via Cairoli, rimasto bloccato dalle 22.01 alle 22.23, quando un addetto è intervenuto per riattivarlo. «A volte capita, senza che ci sia un motivo specifico», dicono. Non c’entra niente dunque il concerto dei Pooh, come hanno pensato in molti.
Tuttavia sui tempi del blocco le versioni non coincidono. Mentre l’Enel assicura che è durato 20 minuti, i ristoratori parlano di un’interruzione di un’ora e mezzo, dalle 22 alle 23.30. Lo conferma anche un residente, Stefano Guarguaglini: «Sono stato io ad avvisare l’Enel alle 22.05 - afferma -. L’operatore mi ha richiamato alle 23.08 per dirmi che era a Piombino, e fino alle 23.30 la corrente non è tornata».
Fonte: il Tirreno del 8.08.09 Autore: Angela Feo

Per approfondimenti sul tema del risarcimento del danno da black-out: http://marcomonticelli.blogspot.com/

lunedì 3 agosto 2009

«Mettere la tuta è lavoro». Al via una vertenza collettiva a livello nazionale

PIOMBINO. Si chiama «Tempo tuta» ed è la vertenza collettiva che Slai Cobas ha appena aperto in Magona. Il sindacato di base punta al riconoscimento - in termini economici oppure di riduzione d’orario - del tempo necessario ad indossare gli indumenti di lavoro a inizio turno e, a fine giornata, a svestirsi. Si tratta di una campagna nazionale che Slai Cobas attiva nelle realtà produttive di grandi dimensioni territoriali. Ma solo dove le condizioni logistiche lo consentono.
Sono tagliate fuori le aziende - come Dalmine e Lucchini - in cui il cartellino si timbra prima di raggiungere gli spogliatoi. Automaticamente, in questi casi, nel monte-ore mensile finiscono anche i periodi impiegati per il cambio degli abiti.
«In Magona, invece, i presupposti ci sono perchè ingresso e uscita si registrano nei pressi delle postazioni di lavoro, non alla portineria», spiega Giancarlo Chiarei. Per il responsabile Slai Cobas, in sostanza, quando il dipendente indossa gli abiti da lavoro, esegue una disposizione aziendale. Quindi, il tempo necessario a svolgere l’operazione preliminare, indispensabile per svolgere la propria mansione, rientra a buon diritto nell’orario da retribuire.
«Siamo in presenza di pronunciamenti difformi», prosegue Chiarei, elencandone alcuni espressi dalla Cassazione e altri da tribunali. In certi casi, il tempo impiegato dal varco d’accesso dello stabilimento di grandi dimensioni allo spogliatoio assegnato, è lavoro effettivo e come tale va retribuito «solo se una volta passato il cancello d’ingresso, il dipendente è assoggettato al potere direttivo organizzativo del datore di lavoro senza la libertà di autodeterminazione».
Parte della dottrina giuridica, invece, è di avviso diverso e ritiene che la mancanza di controllo del datore di lavoro non impedisca di qualificare il tempo-tuta come lavoro vero e proprio.
Ma è partendo da un decreto legge del 2003, che recepiva una direttiva comunitaria relativa all’organizzazione dell’orario di lavoro, che, secondo Chiarei, è utile soffermarsi. In particolare, là dove si stabilisce che «orario di lavoro è qualsiasi periodo in cui il dipendente sia al lavoro a disposizione del datore, nell’esercizio della sua attività e delle sue funzioni».
«Alcune cause che abbiamo promosso, hanno ottenuto l’applicazione di questo diritto, ottenendo da 5 a 15 minuti di riduzione e in maniera retroattiva», aggiunge Chiarei, portando come esempi più conosciuti Standa e Max Mayer.
Proviamo a fare due conti. La richiesta di base, appunto, va dai 5 ai 15 minuti per turno. Se il giudice confermasse le tesi dei legali messi a disposizione dai Cobas e quantificasse il diritto in 10 minuti, moltiplicandoli in maniera forfettaria per 260 giornate lavorate in un anno, si arriva a 2.600. Poco più di 43 ore. Supponiamo che il dipendente abbia un’anzianità ventennale, eccoci a 860 ore da recuperare. Con un importo orario di dieci euro si arriva a circa 8.600 euro lordi.
Per gli anni successivi, la riscossione potrebbe essere sostituita da un aumento dei riposi.
Anche i pensionati possono tentare. Basta che al momento della domanda non siano stati superati i cinque anni dall’uscita dalla fabbrica.
Fonte: il Tirreno del 3.08.09
Autore:Valeria Parrini